Da piccola volevo fare il marinaio.*
Forse per quella canzone di De Gregori, "Il canto delle sirene".
Era romantico, pericoloso, virile.
Dopo un po' mi sono resa conto che io, in quella canzone, facevo parte del coro delle donne rimaste a terra, "da una spiaggia di sassi".
Per qualche tempo ho riflettutto su come ovviare a questo inconveniente.
Circolavano i primi documentari sui transessuali in televisione, mi sembrava una cosa veramente forte, così un pomeriggio ho candidamente annunciato a mio papà che avrei cambiato sesso e sarei diventata un maschio.
Avevo otto, nove anni.
Mio padre ha alzato la testa, mi ha guardata negli occhi e ha detto che dovevo pensarci bene, perché era una cosa molto complicata cambiare sesso. Poi è tornato a leggere il giornale.
In effetti non ne valeva la pena, e pian piano mi sono abituata.
Dopotutto essere una ragazza ha le sue comodità, per esempio la gente ti trova innocua e ti tratta con gentilezza, e spesso sull'autobus ti dicono dove scendere e i negozianti ti chiamano "gioia", inoltre se stai male nessuno si arrabbia se ti metti a piangere.
Però ecco, 'sta cosa del marinaio ancora non mi andata giù.
Ci pensavo oggi: da grande vorrei fare il maestro d'ascia. Costruire le barche di legno. Insegnare il mestiere a mio figlio. Tornare stanco a casa, ma soddisfatto, orgoglioso di aver costruito qualcosa che prima non c'era - e bello, e IMPORTANTE. Vedermi riflesso in mio figlio e trovare il senso della mia vita in questo. E comunicare tutto ciò con uno sguardo a mia moglie, che mi sorride di rimando, un sorriso carico di tenerezza e serenità.
Oddio.
Mi accontenterei pure di stare nel coro delle mogli dei marinai, a 'sto punto, piuttosto delle stronzate che faccio per lavoro.
(*insieme a tante altre cose come:
il camionista
il reporter di guerra
quello che sta nel gabbiotto in alto della gru
l'archeologa
l'orologiaio...)