Da qualche giorno sto pensando a cose buffe ma arzigogolate che riguardano la diversità e la rappresentanza. Però non riesco a metterle tutte insieme in fila in un discorso logico e leggibile e non noiosissimo.
Mi gira in testa da quando, un paio di settimane fa, una persona (in ottima fede, va detto) mi ha chiamato in causa per la mia appartenenza a una categoria. "Fossi in voi, mi indignerei. Non potete protestare?"
Voi? Voi chi?
Le generalizzazioni sono normali e indici di sanità mentale, ma... possibile che si debba pure diventare i portavoce dell'identità che ci viene attribuita?
persona che è venuta una volta a Genova: "Di dove sei?"
io: "Di Genova."
pcèvuvaG: "Ah, che bella città! L'Acquario! Il Porto Antico! Certo che però dovreste fare qualcosa per il traffico, eh, quella sopraelevata..."
io: "... Guardi, ha ragione. Ora ne parlo con mia madre che è il sindaco, con mio cugino che fa l'Assessore ai Trasporti e con mio marito che ha un'impresa edile, e mettiamo a posto la questione una volta per tutte."
Esempio cretino, d'accordo, ma pensiamo a una professione un po' inusuale, una passione poco comune, l'affiliazione a una religione diversa da quella dell'interlocutore, o, non sia mai, un orientamento sessuale diverso da quello dell'interlocutore.
"Ah, sei musulmana? E dimmi dai, come giustifichi la politica iraniana?"
"Ah, sei lesbica? Ma perché non la smettete con queste carnevalate nei Gay Pride?"
Quello che scriverei in seguito citerebbe la teoria delle classi di Marx, i mondi vitali di Husserl, Wikipedia e financo i blog. Però non ne ho voglia, capitemi: mi viene l'uggia esistenziale solo a pensarlo, figurarsi a uno che lo debba leggerlo. Quindi immaginatelo, che tanto lo so che siete più bravi di me.