Fin da piccola ho avuto un sacco di problemi ai denti. I miei denti da latte, invece di upgradarsi come quelli di Andrea Beggi, hanno deciso di lasciarsi erodere lentamente dalle avversità della vita, così che fin dai 7 anni mi si poteva trovare sul lettino del dentista a contorcermi e piangere, mentre mi si trapanavano le carie o mi venivano estratti a fatica sottili ma profondi pezzettini d'avorio dalle gengive sanguinanti.
I denti adulti son venuti su tutti storti; nella mia vita ho portato quasi tutte le forme di apparecchi ortodontici: l'apparecchio mobile che però dovevo tenermi anche di giorno, il cui palato supplementare mi faceva parlare come Duffy Duck; l'apparecchio fisso con gli elastici i cui ferretti mi erodevano l'interno delle labbra (e non serviva a nulla la cera protettiva, che si staccava dopo 5 minuti), elastici che in teoria dovevo togliermi per mangiare ma quanto me li toglievo il dolore aumentava e quindi decidevo che forse era meglio non mangiare e lasciarli lì dov'erano (la mia precoce ma effimera introduzione al meraviglioso mondo dell'anoressia); fino alla protezione dentale da pugile, una cosa che ti metti la notte per convincere la tua dentatura a percorrere la via del Tao, ma che al risveglio trovi sempre, chissà come, sotto l'armadio dall'altra parte della stanza.
Insomma, sono cresciuta coi denti brutti. Questo era un notevole problema in particolare alle medie (periodo Duffy Duck); la mia professoressa di matematica, che per motivi suoi amava infliggermi piccole ma costanti umiliazioni a mo' di tortura cinese, mi suggerì di coprirmi la bocca quando sorridevo, per evitare di imporre agli altri quello sgradevole spettacolo. Così ho prontamente fatto, per anni e anni. Ridevo, sorridevo, sogghignavo, mi divertivo con una mano davanti alla faccia; mi vergognavo della mia bocca troppo larga, del mio sorriso gengivale, dei miei denti anormali.
Poi, non so quanto tempo dopo, la gente ha iniziato a dirmi che avevo un bel sorriso. Per "gente" non intendo la mamma, ché lei l'aveva sempre detto; ma la gente che mi conosceva appena, che voleva abbordarmi o semplicemente voleva dirmi una cosa carina. A me, ecco, raramente sono state dette cose carine, specialmente dalle persone da cui mi sarebbe piaciuto sentirle, e che sarebbero state pure un po' tenute a dirmele. Invece niente.
Poi, non so quanto tempo dopo, ho iniziato a crederci, a questa cosa dell'avere un bel sorriso. E' vero, è bello, anche se è gengivale e tutto il resto.: perché sorrido di cuore, perché sorrido con la bocca ma anche con gli occhi e pure con il naso, perché sembro proprio contenta.
Oggi mi è venuto in mente perché il mio bel sorriso ha 1) conquistato la simpatia di un potenziale coinquilino, 2) convinto l'autista ad aprirmi la porta dell'autobus anche se eravamo al semaforo e non alla fermata, 3) convinto l'autista, nonostante il mio documento di viaggio fosse manifestamente non valido (la sua non validità è stata resa nota, nel silenzio glaciale della vettura, dal suono di diniego emesso dalla macchinetta verificatrice), a darmi dettagliate indicazioni su come raggiungere la metropolitana, 4) spinto un ragazzo, quasi senza che glielo chiedessi, a cambiarmi 20euro, affinché potessi comprare il biglietto da 1euroe70 (non si rischia la fortuna due volte) dalla macchinetta che accetta SOLO DETERMINATE monetine.
E sulla metropolitana pensavo che è bello riuscire a sorridere così, anche quando mi sembra di averli esauriti proprio tutti, i sorrisi, e di non poterne mai più fare un altro.