La mia città non è bella. Non è magica, romantica, artistica, solenne, intrisa di storia, europea, elegante.
La mia città è confusa, rumorosa, puzza di piscia e di spazzatura dimenticata nei vicoli, puzza di violenza, di lama di coltello contro la guancia e respiro strozzato dal braccio che ti stringe la gola.
La mia città è oscura come i suoi nuovi abitanti e i loro negozi, è ambigua come le ex ragazze in attesa agli angoli dei vicoli, sorvegliate da uomini più giovani, o da matrone sedute su sedie di plastica che controllano che tutto vada come deve andare - soprattutto lì dietro, nell'avvicendarsi nei bassi.
Dall'oscurità all'improvviso la mia città si apre a enormi piazze, e vie signorili, e palazzi del seicento: testimonianze di ricchezza, forza, denaro. Denaro che nacque lì, e lì vi rimase, mentre intorno cresceva il porto e la città si allungava a ponente con le sue fabbriche e levante con i suoi alberghi di lusso.
La mia città sale, s'inerpica con ascensori e funicolari e ripidi scaloni, per mostrarsi dall'alto come un puzzle indecifrabile, mentre le vecchie pietre di vecchi quartieri si cingono a proteggere cortiletti e ulivi e gatti, invitando il passo a salire attraverso creuze – queste sì, incantate - verso giardini insospettati.
Nella mia città c'è il mare. E' lui che la rende speciale. E' lui che chiama la tramontana a spazzare via l'umidità e l'afa, lo scirocco a spazzare via il gelo e la pioggia. Il mare c'è sempre, tra il petrolchimico e il cantiere navale, tra l'acciaieria e il depuratore, tra l'approdo delle navi da Crociera e il porto turistico. Il suo profumo ti accoglie quando scendi dai monti verso la mia città, profumo di casa; odore di pioggia sull'asfalto; il mare è davanti a te quando ti perdi e dietro le spalle quando devi iniziare una salita. Il mare non ti abbandona - pensiero, orizzonte immaginario, cornice della tua vita.
La mia città è in coma profondo, da sempre com'è in mano a un'estesa oligarchia di costruttori, avvocati, commercialisti, notai, assessori, professori e petrolieri, stretta in un patto scellerato tra circoli ARCI e oratori, tra DS e CL, tra cooperative del terzo settore e fondazioni Caritas.
La mia città sta morendo, perché ce ne stiamo andando quasi tutti.
Non ci manca nulla qui, tranne la speranza. La possibilità di un cambiamento, lo spazio per i nostri sogni, cresciuti rachitici nei vicoli senza sole, resi scabri dal vento e dalle onde. Ce ne andiamo alla spicciolata, quasi per caso, quasi per distrazione, come per un viaggio o una gita, su treni su cui ci sembra di essere saliti sbaglio. Ce ne andiamo per trovare lavoro, per fare lo stesso lavoro ma – toh – venire pagati, per raggiungere un partner che altrove – toh - ha un lavoro E viene pagato per farlo… Ce ne andiamo senza gioia, perché non sta bene dire che siamo contenti, di toglierci di qui, che siamo curiosi di sapere com’è fuori, che non ne possiamo più del buio della puzza e della disperanza: la nostalgia è la nostra identità, il nostro diritto al ritorno.
Preferisco Genova a tutte le città che ho abitato. Mi ci sento perduto e familiare, piccolo e straniero. Ha una distesa di cupole, di monti calvi, di mare, di fumi, di neri fogliami, di tetti rosa e quella lanterna, così alta ed elegante, e meandri popolosi, labirinti affollati le cui viuzze salgono, scendono, si intersecano improvvisamente, sbucano sulla veduta del porto. Genova, una città piena di sorprese, di porte scolpite in marmo, ardesia, casse, formaggi, scale, biancheria al posto del cielo, cancellate, bizzarro dialetto dal suono nasale e irritante, dalle abbreviazioni strane. Vocaboli arabi o turchi. Mentre Firenze si contempla e Roma sogna e Venezia si lascia vedere, Genova si fa e rifà. (Paul Valéry)