Così alla fine ho deciso che era meglio non aspettare segretarie e affini, far conto che quella giusta fosse l'opzione peggiore e prepararmi all'idea di dover stampare 250, forse 300 pagine a casina bella. La mia stampante è talmente obsoleta che in tutto il Ponente c'è un solo negozio che ne vende le cartucce; gli passavo davanti in autobus, e sono scesa al volo quando mi sono accorta che era aperto.
Visto da fuori sembra diverso: più ordinato, più nuovo. Mi affaccio alla porta e vedo che le uniche persone presenti sono una giovane donna, che sta lavando il pavimento, e la figlia piccola; "Oh, scusi, è chiuso?". "No no, entra pure".
Sì, evidentemente c'è stato un cambio di gestione. Ogni volta mi chiedo quale molla spinga le persone a sobbarcarsi lo sbattimento della gestione di un negozio; intraprendenza, ambizione, imprenditorialità, creatività, o semplicemente voglia di lavorare - tutte cose di cui conosco il significato solo grazie ai libri.
La bambina mi chiede, tutto compita: "Cosa desidera?".
Io che solo poche ore prima, a conferma del mio innato feeling coi minorenni, ero stata colpita da una bacchetta di plastica lanciatami in un occhio dal delfino della mia ment... mentr... ehm, del mio mentore di sesso femminile, decido prudenzialmente di ignorare il tesorino e di aspettare che la madre sia al suo posto prima di esternare la mia richiesta.
Mentre mi fa lo scontrino, la ragazza dice: "Sai, stiamo cercando qualcuno part-time; se conosci qualcuno a cui può interessare..."
Il tempo s'è fermato.
Ho ricordato le decine e decine di
curricula lasciati a uffici e negozi di ogni genere negli ultimi quattro anni.
Ho pensato allo studio inutile degli ultimi mesi, agli scarafaggi e ai mobili alluvionati della casa nuova, all'angoscia che mi dominerà fino a ottobre.
Ho guardato quella ragazza, così a suo agio nel suo nuovo negozio che stava mettendo in ordine insieme alla figlia - come se fosse un gioco, come se stessero arredando la casa delle bambole; una (quasi) coetanea, ma con una figlia, un negozio, una vita.
E per l'ennesima volta mi sono detta Ora mollo tutto.
Ora le dico che interessa a me così inizio a lavorare qui, 5 minuti in autobus da casa dei miei, e fanculo a Milano, fanculo alla sociologia, agli immigrati, ai networks sociali, alle analisi statistiche interpretative e pure all'interazionismo simbolico, fanculo ai convegni, ai rituali di subordinazione e di appartenenza, fanculo alle borse di studio e ai campionamenti a valanga, fanculo al freddo e all'inglese, alla sostenibilità sociale e alla giustizia redistributiva, fanculo a quel vecchio arteriosclerotico di Bauman, FANCULO A FOUCAULT che m'ha rovinato la vita, mille volte fanculo ai mediatori culturali e all'educazione interculturale, ma cosa me ne frega dell'educazione interculturale dico io, che i bambini li detesto e da quando ho la ragione sto solo aspettando l'Apocalisse con le fiamme e la distruzione che ponga finalmente fine alle mie sofferenze e a questo insulto estetico e morale che chiamiamo umanità, massì date fuoco ai vicini che sicuramente se lo meritano, ammazzatevi in famiglia, indebitatevi con le finanziarie, impazzite, mangiatevi tra di voi, a me non frega assolutamente nulla, io vi disconosco, ora mi fermo qui a vendere per tutta la vita accessori per stampanti e mollo tutto.
Così con un largo sorriso le ho risposto "Senz'altro!", e sono andata a casa a stampare quelle 250, 300 pagine.