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We cannot tear out a single page of our lives,
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I'm worse at what I do best
And for this gift I feel blessed
Kurt Cobain

Yes, and thanks, for the trouble you took from her eyes
I thought it was there for good, so I never tried.
Leonard Cohen

Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti chiedo di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Io ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere. Non hanno pietà: sanno che gli altri possono sopravvivere esattamente come loro.
Josephine Hart

Suzanne takes you down to her place near the river
You can hear the boats go by
You can spend the night beside her
And you know that she's half crazy
But that's why you want to be there...
Leonard Cohen

Tutti i greci sanno ciò che è giusto. Ma soltanto gli spartani lo fanno!
Frank Miller

I discorsi, come i silenzi d'altronde, non sono sottomessi al potere o rivolti contro di lui una volta per tutte. Bisogna ammettere un gioco complesso e instabile in cui il discorso può essere contemporaneamente strumento ed effetto di potere, ma anche ostacolo, intoppo, punto di resistenza e inizio di una strategia opposta.
Michel Foucault

La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.
Milan Kundera

Do I contradict myself? Very well, then I contradict myself - I am large, I contain multitudes.
Walt Whitman

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mercoledì, 29 novembre 2006

il mio bar preferito

Avrei voluto scrivere della Battaglia dei Cartoni che si è tenuta ieri notte nel Vicolo della Spazzatura, ma con la lucidità della mattina l'epicità dell'avvenimento è venuta un po' a scemare.
Così avevo pensato di scrivere una cosa sull'alienazione - oh, me l'ero anche strutturata in testa stamattina, praticamente già scritta, ma poi sono andata a fare colazione nel mio bar preferito, quello che ha aperto da poco dove c'era la pescheria, e che ha le brioche buone (non te le fanno prendere dalla vetrinetta bensì te le porgono su un piattino).
Il mio bar preferito ha del posto dove sedersi fuori, ma sta in una via un po' squallida e ora è quasi-inverno. Dentro non c'è molto spazio, solo qualche sgabello dove arrampicarsi e un paio di tavolini alti e rotondi.
A uno di questi c'erano due quarantenni rom (... zingare, va'), tutte infagottate, che parlottavano davanti ai loro cappuccini. Quando sono passata accanto a loro, ho sentito profumo di Acqua di Colonia e sapone di marsiglia, ma delicato - giuro. Ho un senso dell'olfatto particolarmente sviluppato, quindi credetemi.
Il mio barista preferito era sconvolto dalla prolungata presenza di queste due signore. Un ragazzo alto, moro, con una moglie bionda elegante e molto antipatica, una figlia piccola - un ottimo barista, uno che appena lo vedi già ti sta simpatico, e poi si ricorda se nel cappuccino vuoi il cacao e non ti chiama con stupidi vezzeggiativi. Continuava a dire ai clienti al banco che quella mattina era "distratto", che era una "brutta giornata". A un certo punto ha borbottato "tutti al rogo".
Ma non capivo perché. Signore un po' ingombranti, d'accordo, ma parlavano a voce bassa e non infastidivano nessuno. Non vivo esattamente in un quartiere di lusso, e a metà mattina la gente che staziona nei bar è mediamente ben più sgradevole (a tutti i sensi) della coppia di cui sopra.
Fuori,
al tavolino, c'era un gruppetto di persone che progettava uno sterminio di massa. Uno di loro alle nove e un quarto attaccava (o meglio, era attaccato a) il primo bianchino.
Non credo che tornerò in quel bar - ed è un peccato, perché era il mio bar preferito.
postato da: laspostata alle ore 29/11/2006 10:46 | link | commenti
categorie: deliri, blog, my stuff
martedì, 28 novembre 2006

litania

La mia città non è bella. Non è magica, romantica, artistica, solenne, intrisa di storia, europea, elegante.
La mia città è confusa, rumorosa, puzza di piscia e di spazzatura dimenticata nei vicoli, puzza di violenza, di lama di coltello contro la guancia e respiro strozzato dal braccio che ti stringe la gola.
La mia città è oscura come i suoi nuovi abitanti e i loro negozi, è ambigua come le ex ragazze in attesa agli angoli dei vicoli, sorvegliate da uomini più giovani, o da matrone sedute su sedie di plastica che controllano che tutto vada come deve andare - soprattutto lì dietro, nell'avvicendarsi nei bassi.

Dall'oscurità all'improvviso la mia città si apre a enormi piazze, e vie signorili, e palazzi del seicento: testimonianze di ricchezza, forza, denaro. Denaro che nacque lì, e lì vi rimase, mentre intorno cresceva il porto e la città si allungava a ponente con le sue fabbriche e levante con i suoi alberghi di lusso.
La mia città sale, s'inerpica con ascensori e funicolari e ripidi scaloni, per mostrarsi dall'alto come un puzzle indecifrabile, mentre le vecchie pietre di vecchi quartieri si cingono a proteggere cortiletti e ulivi e gatti, invitando il passo a salire attraverso creuze – queste sì, incantate - verso giardini insospettati.

Nella mia città c'è il mare. E' lui che la rende speciale. E' lui che chiama la tramontana a spazzare via l'umidità e l'afa, lo scirocco a spazzare via il gelo e la pioggia. Il mare c'è sempre, tra il petrolchimico e il cantiere navale, tra l'acciaieria e il depuratore, tra l'approdo delle navi da Crociera e il porto turistico. Il suo profumo ti accoglie quando scendi dai monti verso la mia città, profumo di casa; odore di pioggia sull'asfalto; il mare è davanti a te quando ti perdi e dietro le spalle quando devi iniziare una salita. Il mare non ti abbandona - pensiero, orizzonte immaginario, cornice della tua vita.

La mia città è in coma profondo, da sempre com'è in mano a un'estesa oligarchia di costruttori, avvocati, commercialisti, notai, assessori, professori e petrolieri, stretta in un patto scellerato tra circoli ARCI e oratori, tra DS e CL, tra cooperative del terzo settore e fondazioni Caritas.

La mia città sta morendo, perché ce ne stiamo andando quasi tutti.
Non ci manca nulla qui, tranne la speranza. La possibilità di un cambiamento, lo spazio per i nostri sogni, cresciuti rachitici nei vicoli senza sole, resi scabri dal vento e dalle onde. Ce ne andiamo alla spicciolata, quasi per caso, quasi per distrazione, come per un viaggio o una gita, su treni su cui ci sembra di essere saliti sbaglio. Ce ne andiamo per trovare lavoro, per fare lo stesso lavoro ma – toh – venire pagati, per raggiungere un partner che altrove – toh - ha un lavoro E viene pagato per farlo… Ce ne andiamo senza gioia, perché non sta bene dire che siamo contenti, di toglierci di qui, che siamo curiosi di sapere com’è fuori, che non ne possiamo più del buio della puzza e della disperanza: la nostalgia è la nostra identità, il nostro diritto al ritorno.


Preferisco Genova a tutte le città che ho abitato. Mi ci sento perduto e familiare, piccolo e straniero. Ha una distesa di cupole, di monti calvi, di mare, di fumi, di neri fogliami, di tetti rosa e quella lanterna, così alta ed elegante, e meandri popolosi, labirinti affollati le cui viuzze salgono, scendono, si intersecano improvvisamente, sbucano sulla veduta del porto. Genova, una città piena di sorprese, di porte scolpite in marmo, ardesia, casse, formaggi, scale, biancheria al posto del cielo, cancellate, bizzarro dialetto dal suono nasale e irritante, dalle abbreviazioni strane. Vocaboli arabi o turchi. Mentre Firenze si contempla e Roma sogna e Venezia si lascia vedere, Genova si fa e rifà. (Paul Valéry)

postato da: laspostata alle ore 28/11/2006 12:46 | link | commenti (3)
categorie: città
lunedì, 27 novembre 2006

dipendenze

Non è solo la pausa del fine settimana.
Non riesco più a scrivere nulla qui dentro perché tutte le mie energie vitali sono destinate a fingere stress da consegna in ufficio e sotterraneamente continuare a giocare al Fincipit.

<Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
perché nel frattempo
c’han costruito l’acciaieria.
>

<Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora spero che l’amministratore si decida a mettere l’ascensore
perché sinceramente mi sono anche un po’ rotto i coglioni.
>

<La lettera non arrivò con la distribuzione del pomeriggio. E nemmeno con quella della mattina seguente.
“Che vergogna le poste qui in Sicilia”, borbottò a mezza voce l’avvocato Rosello.
“Mah, io non me ne lamento mica” commentò il farmacista Manno.>

<Il 25 marzo a Pietroburgo accadde un avvenimento molto ordinario. Infatti di esso non si conserva alcuna memoria.>

<Nel Massachussetts centro-settentrionale, quando un viaggiatore imbocca la biforcazione sbagliata alla congiunzione del picco di Aylesbury, appena oltre Dean’s Corners, si ritrova in una regione solitaria e strana. Francamente non c’è ragione per proseguire su quella strada, nonostante la Routard asserisca la presenza di un’osteria “pittoresca” - ma si sa che non bisogna MAI fidarsi di quei maledetti mangiarane.>

<C’era una volta una città in quell’isola laggiù
C’era una via che passava di là, proprio dove vivi tu
C’era allegria, c’era felicità, ma la guerra è una follia
e infatti sono morti tutti e non c’è più nulla.>


Ho scelto il momento giusto per smettere di fumare: posso gettarmi a peso morto su un'altra ddroga!
postato da: laspostata alle ore 27/11/2006 14:52 | link | commenti
categorie: letture, blog
venerdì, 24 novembre 2006

piove sul Fincipit

Quando piove, le anziane signore sull'autobus hanno un'aria sconsolata.
Mi dispiace. Vorrei consolarle.

Ma mi ci vedo proprio a dire
Signora su, son 4 gocce, vedrà che tra un po' arriva a casa e si mette all'asciutto - sì, però la smetta di bagnarmi il ginocchio con quell'ombrello, vecchia di merda. Se non è capace nemmeno ad aggrapparsi a questo maledetto palo, se ne stia a casa e non rompa i coglioni - e la smetta di parlarmi, non m'interessano le sue querule lamentele! NO, non mi tocchiiIII
spintonando poi una donna incinta per precipitarmi fuori dal mezzo pubblico.

Magari me ne sto buona e queta nel mio angolino.


Intanto, sul blog di eìo si gioca al Fincipit  - i miei sudatissimi contributi:

<Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino, e la campanella di chiusura della biblioteca trilla. Ma oggi non faceva orario continuato? Vabbe’, tanto non è che ti ispirasse più di tanto.>

<Aveva solo l’indirizzo. Rue des Pistols, nel Vieux Quartier. Erano anni che non tornava a Marsiglia.
Non sapeva più orientarsi in quel dedalo di strade; sperduto, camminò per tutta la giornata - e infine si arrese.
Mentre attraversava la città in cui era nato, senza più riconoscerla, l’idea di vendicare Manu iniziò a non sembrargli così geniale, in fondo.
Era cambiato. Erano cambiati tutti. Anche Manu. Anche Lole.
Lole.
Tornò a casa, e dimenticò.>

<Fu allora che vidi il Pendolo.
“Un leggero trauma cranico”, disse un’ora più tardi il dottore del Pronto Soccorso.
Eccheccazzo, potevano almeno metterci un cartello davanti.>
postato da: laspostata alle ore 24/11/2006 15:57 | link | commenti (3)
categorie: letture, blog, my stuff
giovedì, 23 novembre 2006

I, me and Gregory

Scrivere un post sul dr. House è aberrante, lo so.
Ma dice troppe cose di me, tante da farmi fermare un attimo e riflettere.

Mi piace questo personaggio perché mi somiglia. No, non nell'essere sardonico e intelligente e tanto affascinante - bensì nell'essere infelice, e aggrappato alla propria infelicità, e incapace non solo di cambiare ma di desiderare un cambiamento, poiché convinto che lì, nella disperazione, stia il vero se stesso.
Mi somiglia nel pensare che le persone non-infelici siano stupide e che sia necessario guarirle dalle loro illusioni. Mi somiglia nel venerare un'idea di onestà/verità che non è altro che cinismo. Nel riuscire a interessarsi alle persone solo in quanto "casi" (io direi: storie).
Mi piace questo personaggio perché, a differenza di me, bilancia tutto ciò con la sicurezza in se stesso, il carisma, l'intelligenza, la decisione. House allontana le persone non perché ha paura di soffrire, ma proprio perché non ne ha bisogno. La sua mancanza di rispetto è una scelta: non è insensibile, comprende a meraviglia le persone - ma decide di fregarsene.

Io invece allontano le persone perché ne ho paura. Perché sono sicura che mi rifiuteranno, che penseranno che non valgo una cippa e sono brutta cattiva e stupida. Allontano le persone perché non riesco a raggiungerle, non riesco a comunicare con loro.

Sono un'amica inaffidabile, una vicina maleducata, una paziente irritabile, una conoscente scostante, una collega nevrotica, una figlia ingrata, una dipendente petulante, una fidanzata egoista...

L'unica cosa che mi salva è che ho una bella dialettica
e sono brava a letto.
postato da: laspostata alle ore 23/11/2006 00:49 | link | commenti (6)
categorie: deliri, my stuff
martedì, 21 novembre 2006

questione di stile

Mi sono infilata nel vicolo per prima e lei subito dietro.
Normalmente le semino tutte, le signore che tornano a casa per l'ora di cena, ma questa mi stava davvero attaccata.

I nostri tacchi chiacchieravano amabilmente.

clopclopclopclopclopclopclopclopclopclop, faceva lei.
clOp, clOp, clOp, clOp, facevo io, col mio passo "negli ultimi 13 anni ho calzato solo anfibi di sottomarca".

Ma a metà salita m'è venuta voglia di adattarmi alla sua camminata - una demenziale manifestazione di empatia.

clopclopclopclopclopclopclopclopclopclop, con passi piccoli e veloci.

Così ho capito com'è che cammina una vera donna:
come un
CHIHUAHUA.

postato da: laspostata alle ore 21/11/2006 23:19 | link | commenti (3)
categorie: my stuff
lunedì, 20 novembre 2006

in mezzo a un flusso di coscienza
- buio presto, uscita dall'ufficio -
è affiorata una frase in superficie, piantandosi a piedi larghi davanti a me:

"... devo comprare una maglia arancione che s'intoni a quelle calze..."



e in quel momento seppi di essere perduta.
postato da: laspostata alle ore 20/11/2006 20:50 | link | commenti (5)
categorie: my stuff
domenica, 19 novembre 2006

Torino al cinema

Più ci vado più mi piace, questa città così impostata e fredda.
Sono tutti un po' rigidi, i bar del centro sono una fregatura, l'umidità sale dal Po come una cancrena, non riescono a farti un cocktail potabile, ma alla fin fine ti ci accomodi e diventa molto, molto confortevole.
Senza parlare dei mille eventi, incontri, saloni, cazzi e mazzi che ospita in continuazione.

Questa volta Torino Film Festival, e ovviamente Masters of Horror.
No, un attimo, prima El Laberinto del Fauno. Ma non voglio parlare del film, c'è chi può e sa farlo molto meglio. (oh, beh, a me è piaciuto ovviamente, un po' sfilacciata la trama in certi punti, ma potenza visionaria infinita - chi non va a vederlo al cinema è un segaiolo, punto)
No è che di 'sto film bisognerebbe parlare soprattutto in quanto anteprima, e visionato dagli spettatori-di-anteprime, cioè un manipolo agguerritissimo di critici e intellettualoidi armati di cappelli, sciarpone, se ggiuovani maglie a righe orizzontali e se femmine buffi pupazzetti e colorati ponpon di feltro.
Li guardi e ti guardi e vedi che hai delle collant a righe verdi e dici Mioddio, ma sono come loro??
Per fortuna iniziano a parlare e non comprendi di chi e di cosa stiano parlando, e ciò significa che va ancora tutto bene.

I Masters... oh, tre su sei delle boiate da carcere a vita.
Garris è lento e ripetitivo, banale e scemotta l'idea (ma qui la colpa è di Clive Barker), dialoghi da cartone animato ed effetti speciali di gomma.
Carpenter ha dimostrato con questo film di essere affetto da sindrome bipolare, e quando ha preparato 'sta polenta evidentemente era molto triste e pensava che tutto fosse nulla. Fotografia spenta, trama risibile, personaggi incoerenti che agiscono a casaccio... La pellicola si può salvare solo per la presenza di Ron - Hellboy - Perlman, the poor man's Tom Waits.
E Argento, minchia, Argento è un demente che perde bava, è evidente a tutti. Un sacco di budella sparse senza un minimo di paura, un sacco di tette&culi senza un minimo di erotismo, non si sa se sia un film horror o un pezzo di C.S.I. Las Vegas. Non dico niente perché poi mi viene il nervoso - se non che, invece di "Pelts", dovevano intitolare l'episodio "La Vendetta del Dio Procione", così per dare meglio l'idea di quanto incredibilmente idiota esso sia - cioè, stiamo parlando di orsetti lavatori, avete presente??.

Tre su sei, delle perle.
Landis è grottesco e impressionante. Una buona lezione su come usare bene una troupe, degli attori e un'idea, nonché su come entrare in sintonia con il pubblico.
Anderson è quasi poetico. Non so bene come spiegarlo. No, non c'è carnazza, non ci sono viscere. C'è angoscia, paura e orrore. Un horror psicologico si può dire, ma per carità niente pippe mentali, al contrario lo spappolamento progressivo di un uomo sotto il peso di un orrore che irrompe nel quotidiano e non lascia scampo, alcuno scampo.
Dante ha dato il bianco a tutti. Ma tipo che non ce n'è. Un'apocalisse, resa con un perfetto bilanciamento di immaginazione e coraggio. Un horror reale, che fa spaventare e fa anche pensare e fa anche divertire, un gioiellino (e uso il dimunitivo solo per la durata ridotta e la dimensione televisiva della pellicola) che spero tanti possano vedere e capire.

Per il resto, sono stanca morta.
postato da: laspostata alle ore 19/11/2006 23:37 | link | commenti (3)
categorie: visioni, città
mercoledì, 15 novembre 2006

le russe

Stamattina mi sono potuta permettere il lusso di cazzeggiare un po' e ho guardato finire Russia-Italia (mondiali, pallavolo, ragazze sono i tag di stamane).
Le russe. Sono un capolavoro. Brutte, legnose, alte come tralicci, tirano delle mine che se ti pigliano male ti disfano. Non c'era una palla, una, che transitasse morbida e leggera nel campo italiano - eran tutti dei fottuti missili, anche quando sbagliavano, santo iddio.

Io coi russi ho un rapporto un po' conflittuale. Perché quando ero piccola i russi erano un popolo di eroi (la radio al buio e sette operai/ sette bicchieri che brindano a Lenin/ e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile/ vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile) che lottavano contro il capitalismo soffrendo anche la fame e il freddo ma con l'orgoglio dei precursori e la fede nell'uomo nuovo. Anche nei film americani io non potevo che tifare per i russi cattivi, che erano crudeli spie o pugili sanguinari e analfabeti. E poi gli atleti, ma vogliamo parlarne? C'erano quelle bambine che facevano le meraviglie vorticando su se stesse, e i ginnasti muscolosissimi che sembravano usciti da Tana delle Tigri dove s'erano allenati facendo gli addominali appesi per i piedi penzolando nel vuoto dentro una cascata. (forse però quello era nei Cavalieri dello Zodiaco, poi controllo) (i miei genitori invece dicevano che i russi avevano LE MACCHINE)
Ed era giusto così, i loro corpi erano quelli della Rivoluzione e mi sembrava tutto assolutamente perfetto.

Il fatto è che dopo un po' i russi sono diventati dei mafiosi che mangiano le zollette di zucchero e chiamano i camerieri con un fischio come se fossero dei cani (visto, giuro). E le russe sono diventate delle colf malvestite e sgraziate che salgono in metropolitana a Cascina Gobba. E sono tutti alcolizzati. Io non ho capito bene com'è successa 'sta cosa, ma mi sento molto triste quando ci penso. Mi piacevano tanto i miei russi.

E' stata una bella partita. Altro che le ragazze italiane con le mollettine colorate. Le russe sì che sono in gamba.
postato da: laspostata alle ore 15/11/2006 22:25 | link | commenti (1)
categorie: deliri
martedì, 14 novembre 2006

Cose per cui val la pena vivere

"LO STATO OTTIMO DELL’UOMO E L’IDEA DI GIUSTIZIA: LA RADICE «YEW»"

La certezza massima, su cui tutto ruota, insegna che c’è uno stato ottimo e magico dell’uomo, quando egli si sente sostenuto da una sottile energia che lo contiene e che nel contempo gli si diffonde tutt’attorno

L’uomo in tale stato è «in forma», simile a una pianta colma di linfe, in crescita, felice (che vuol dire: fertile); simile a un animale (a quello suo e particolare) nella pienezza del suo fascino, d’imperio o di seduzione che sia.

La psiche e il corpo a un uomo così privilegiato non pesano, operano congiunti e in silenzio, offrendo uno specchio calmo che al suo spirito svela il presente e anche il futuro. Un uomo così benedetto coglie i segni dell’avvenire sentendoli come cenni delle forze, delle divinità stesse che lo misero al mondo, circondarono di certe cose, persone, occasioni, dandogli il suo destino, e che ora lo conducono con apparizioni, sogni, parole significative, ispirandolo. Egli è come un vessillo o un fuoco mossi dal vento, dall’ispirazione di divini spiriti provvidenti. Tutto per lui procede secondo destino, come un gabbiano ad ali immobili egli fende il tempo, legato da esatti riti ai morti e ai vivi, da oracoli veraci all’avvenire, e trabocca di gratitudine. Tale è lo stato ottimo dell’uomo.

In un certo senso questo è lo stato integro e completo. Florenskij osservava che in russo si denota con celyj, che proviene dalla stessa radice del greco kalós, «bello». Inoltre il gotico di integro e sano è hails. Questo concetto nel greco ellenistico è in certo senso dykaiosýne, giustizia, che dipende da una attribuzione della connaturale funzione alla singole parti dell’uomo. Si designa però più spesso come gloria, kÅ·dos, o come fama, kléos, decretata da una pronuncia, phéme, degli dèi. In vedico è lo stato di kràtu, di ardore, forza e ispirazione, forse dalla stessa radice kar- donde il sanscrito kÄ«rti, «fama» (e il tedesco Ruhm). In avestico è magha, dalla radice di magnificenza e di magia. Forse in indoeuropeo fu designato con la radice leudh-, donde l’avestico ruoda-, «crescita», «statura», il greco eleuthería e il latino libertas; con la radice aug-, donde augmentum, auctoritas, augustus (e il greco augé, «splendore»). È uno stato nel quale si fonde la veemenza più ebbra e l’attenzione più quieta e lungimirante: perciò una comune radice genera le parole mania, mente e mantica (Men-erva).

Questo lo stato giusto, il bene.

Le parole che designano il diritto spesso evocano questa condizione che è la pietra di volta d’ogni ordine di giustizia.

Jus proviene dall’indoeuropeo yewos- che ha la radice stessa (yew-) di iuventus e del sanscrito yava, «frumento, fonte di forza». Da yewos- in avestico proviene yaoz, la vita magicamente crescente, fluente, fertile-felice, quella che vivifica il seme, il latte, il fuoco, l’anima: la dea AnÄhitÄ, che in India è SarasvatÄ«, nome, nello yoga, di un’essenziale arteria di energia sottile. In sanscrito yoh è la salute come pienezza d’energia magica; ne traboccano i semi.

Yaoz, yoh furono formule benedicenti, esorcistiche o di esaltazione: «Evviva!».
YaoždÄ-dÄiti in avestico significa rendere ritualmente puro e integro: instaurare o restaurare nella pienezza di vita.
Il diritto in vedico è rtà, che è il corso naturale e pieno del destino, generato dalla sorgente della vitalità magica, la linfa inebriante del soma: rtà regge il corso degli astri e il cuore dell’uomo, è la strada del destino (rtà degli dèi è lo zodiaco).
In seguito diritto si dirà
dharma, che anch’esso è la diritta via, la direzione incrollabile e ciò che rende ogni essere ciò che è per essenza.

Legge proviene da stabilire, porre: lengh-, la stessa radice che nelle lingue germaniche antiche forma anche la parola «destino» (in antico sassone gi-lagu).


(da IL DIRITTO E IL SACRO, Elémire Zolla, in "Uscite dal mondo")
postato da: laspostata alle ore 14/11/2006 11:13 | link | commenti
categorie: religioni