"LO STATO OTTIMO DELL’UOMO E L’IDEA DI GIUSTIZIA: LA RADICE «YEW»"
La certezza massima, su cui tutto ruota, insegna che c’è uno stato ottimo e magico dell’uomo, quando egli si sente sostenuto da una sottile energia che lo contiene e che nel contempo gli si diffonde tutt’attorno
L’uomo in tale stato è «in forma», simile a una pianta colma di linfe, in crescita, felice (che vuol dire: fertile); simile a un animale (a quello suo e particolare) nella pienezza del suo fascino, d’imperio o di seduzione che sia.
La psiche e il corpo a un uomo così privilegiato non pesano, operano congiunti e in silenzio, offrendo uno specchio calmo che al suo spirito svela il presente e anche il futuro. Un uomo così benedetto coglie i segni dell’avvenire sentendoli come cenni delle forze, delle divinità stesse che lo misero al mondo, circondarono di certe cose, persone, occasioni, dandogli il suo destino, e che ora lo conducono con apparizioni, sogni, parole significative, ispirandolo. Egli è come un vessillo o un fuoco mossi dal vento, dall’ispirazione di divini spiriti provvidenti. Tutto per lui procede secondo destino, come un gabbiano ad ali immobili egli fende il tempo, legato da esatti riti ai morti e ai vivi, da oracoli veraci all’avvenire, e trabocca di gratitudine. Tale è lo stato ottimo dell’uomo.
In un certo senso questo è lo stato integro e completo. Florenskij osservava che in russo si denota con celyj, che proviene dalla stessa radice del greco kalós, «bello». Inoltre il gotico di integro e sano è hails. Questo concetto nel greco ellenistico è in certo senso dykaiosýne, giustizia, che dipende da una attribuzione della connaturale funzione alla singole parti dell’uomo. Si designa però più spesso come gloria, kÅ·dos, o come fama, kléos, decretata da una pronuncia, phéme, degli dèi. In vedico è lo stato di kràtu, di ardore, forza e ispirazione, forse dalla stessa radice kar- donde il sanscrito kÄ«rti, «fama» (e il tedesco Ruhm). In avestico è magha, dalla radice di magnificenza e di magia. Forse in indoeuropeo fu designato con la radice leudh-, donde l’avestico ruoda-, «crescita», «statura», il greco eleuthería e il latino libertas; con la radice aug-, donde augmentum, auctoritas, augustus (e il greco augé, «splendore»). È uno stato nel quale si fonde la veemenza più ebbra e l’attenzione più quieta e lungimirante: perciò una comune radice genera le parole mania, mente e mantica (Men-erva).
Questo lo stato giusto, il bene.
Le parole che designano il diritto spesso evocano questa condizione che è la pietra di volta d’ogni ordine di giustizia.
Jus proviene dall’indoeuropeo yewos- che ha la radice stessa (yew-) di iuventus e del sanscrito yava, «frumento, fonte di forza». Da yewos- in avestico proviene yaoz, la vita magicamente crescente, fluente, fertile-felice, quella che vivifica il seme, il latte, il fuoco, l’anima: la dea AnÄhitÄ, che in India è SarasvatÄ«, nome, nello yoga, di un’essenziale arteria di energia sottile. In sanscrito yoh è la salute come pienezza d’energia magica; ne traboccano i semi.
Yaoz, yoh furono formule benedicenti, esorcistiche o di esaltazione: «Evviva!».
YaoždÄ-dÄiti in avestico significa rendere ritualmente puro e integro: instaurare o restaurare nella pienezza di vita.
Il diritto in vedico è rtà, che è il corso naturale e pieno del destino, generato dalla sorgente della vitalità magica, la linfa inebriante del soma: rtà regge il corso degli astri e il cuore dell’uomo, è la strada del destino (rtà degli dèi è lo zodiaco).
In seguito diritto si dirà dharma, che anch’esso è la diritta via, la direzione incrollabile e ciò che rende ogni essere ciò che è per essenza.
Legge proviene da stabilire, porre: lengh-, la stessa radice che nelle lingue germaniche antiche forma anche la parola «destino» (in antico sassone gi-lagu).