Ho passato un fine settimana splendido.
Non accadeva da tanto tempo.
Troppo.
Qua e là sono capitate cose che mi hanno fatto fermare per qualche istante a riflettere. Ma la mia capacità di concentrazione è davvero minima e in realtà non ho davvero riflettuto. Così sono rimasti in sospeso degli interrogativi strani:
1. La schiettezza è davvero un valore? Come ci si accorge quando si supera la linea di confine tra sincerità e cattiveria? Come ci si accorge di passare dalla mancanza di tatto all'insensibilità? La verità serve a qualcosa? Fa solo male? Ma non avevamo detto che la verità rendeva liberi? Chi sbaglia, colui che sottolinea una realtà sgradevole o colui che non sa sopportare la sgradevolezza della realtà?
2. La laurea è davvero una cosa tanto preziosa? Lo è solo per chi non l'ha? O per chi ha fatto fatica a ottenerla? Veramente nella nostra società di disoccupati precari e schiene dritte si crede ancora che l'Università apra la mente e insegni a pensare? Ma non avevamo detto che quello lo faceva il Liceo Classico? Per aprire la mente non basterebbe leggere qualche libro in più e pensare con la propria testa?
Ehm, ce n'erano degli altri ma li ho dimenticati.
E' che sono distratta.
Da piccola volevo fare il marinaio.*
Forse per quella canzone di De Gregori, "Il canto delle sirene".
Era romantico, pericoloso, virile.
Dopo un po' mi sono resa conto che io, in quella canzone, facevo parte del coro delle donne rimaste a terra, "da una spiaggia di sassi".
Per qualche tempo ho riflettutto su come ovviare a questo inconveniente.
Circolavano i primi documentari sui transessuali in televisione, mi sembrava una cosa veramente forte, così un pomeriggio ho candidamente annunciato a mio papà che avrei cambiato sesso e sarei diventata un maschio.
Avevo otto, nove anni.
Mio padre ha alzato la testa, mi ha guardata negli occhi e ha detto che dovevo pensarci bene, perché era una cosa molto complicata cambiare sesso. Poi è tornato a leggere il giornale.
In effetti non ne valeva la pena, e pian piano mi sono abituata.
Dopotutto essere una ragazza ha le sue comodità, per esempio la gente ti trova innocua e ti tratta con gentilezza, e spesso sull'autobus ti dicono dove scendere e i negozianti ti chiamano "gioia", inoltre se stai male nessuno si arrabbia se ti metti a piangere.
Però ecco, 'sta cosa del marinaio ancora non mi andata giù.
Ci pensavo oggi: da grande vorrei fare il maestro d'ascia. Costruire le barche di legno. Insegnare il mestiere a mio figlio. Tornare stanco a casa, ma soddisfatto, orgoglioso di aver costruito qualcosa che prima non c'era - e bello, e IMPORTANTE. Vedermi riflesso in mio figlio e trovare il senso della mia vita in questo. E comunicare tutto ciò con uno sguardo a mia moglie, che mi sorride di rimando, un sorriso carico di tenerezza e serenità.
Oddio.
Mi accontenterei pure di stare nel coro delle mogli dei marinai, a 'sto punto, piuttosto delle stronzate che faccio per lavoro.
(*insieme a tante altre cose come:
il camionista
il reporter di guerra
quello che sta nel gabbiotto in alto della gru
l'archeologa
l'orologiaio...)
L'idea che abbiamo di "correttezza politica" presuppone che la gente sia non solo completamente priva di autoironia, ma anche di autostima.
Cosa c'è di così orrendo nella limpida trasparenza dei fatti? Nel chiamare le cose con il loro nome?
Soprattutto, quanto dovrei odiarmi per trovare inaccettabile l'idea che le persone mi descrivano così come sono?
Non è politica, è galateo. Anche perché l'aggettivo "politico" dovrebbe riguardare il modo in cui una comunità che si riconosce come tale e abita in un ben delimitato territorio che sente proprio, gestisce se stessa - non il modo di non offendere la gente suscettibile.
Questo è un discorso diverso dalla discriminazione. Impedirti di avere accesso ai servizi sociali in quanto ciccione, è una cosa. Obbligare il mondo a chiamarti "diversamente magro" con la convinzione che cambi qualcosa per te e per gli altri, è solo ipocrisia.
Ti si prende in giro? E che cazzo, REAGISCI.
Come a scuola. Ricaccia indietro le lacrime, ostenta sicurezza e rispondi.
Non sei capace? Chiami la maestra?
Guarda che poi è peggio. Ti aspettano in cortile all'ora di ricreazione e ti saccano di legnate.
Tanto è una merda, comunque.
Come si chiama quella pianta con i pallini?
Maledizione, non riesco a trovarla. Volevo metterne una foto. Ma non so come si chiama. Si trova nelle siepi e nei gardinetti pubblici, è bassa anonima e i suoi frutti (?) sono dei pallini.
Che rimbalzano.
Ne stacchi uno e ci giochicchi tenendolo in tasca, e poi le tue dita ne sanno di verde e di ricreazione.
Nel team che ha costruito la terra l'addetto alla macchia mediterranea - che era senz'altro uno stagista di 27 anni - ha pensato "Massì, qui dove giocheranno i bambini usciti da scuola ci metto una pianta che fa i pallini".
Non credo abbia fatto carriera.
Secondo me dopo un annetto si è licenzato e ha aperto un'enolibreria con la sua ragazza.
La città è divisa tra quelli di qua e quelli di là.
Quelli di qua sono (erano) (figli di) operai e ne sono orgogliosi, però vivono in quartieri un po' bruttini, alcuni in realtà tanto brutti che ci fanno anche i documentari su Rai3 sui quartieri più brutti del paese.
Quelli di là sono più ricchi e vivono in posti belli. E fanno gli avvocati e i notai. Se ne parla con disprezzo ma è solo invidia.
(in realtà ci sono anche quelli di su, ma il discorso si complica)
Oggi sono uscita dalla città e sono andata in là per un sacco di tempo fino a che sono scesa dal treno in un posto che
giuro
è l'antimateria.
Tipo Mirafiori però travestito da cittadina sul mare.
Così desolato che certi negozi hanno gettato la spugna, ed espongono cartelli che avvisano "Aperto solo Venerdì Sabato e Domenica".
Brutto, ma brutto come... come i nostri quartieri brutti.
Ah,
il gusto ferroso della rivincita.
(pensiero meschino, lo so. ma tanto lo sto espiando con l'involontario ascolto del Silvio Rodriguez albanese che stanotte mi viene proposto dagli amati vicini. voce e chitarra - intimo ma appassionato. quanta poesia.)
Le metropolitane di Milano sono costellate da cartelloni pubblicitari veramente... significativi.
Spille di calciatori. O di squadre di calcio, comunque. Beh, non è importante, sono solo gadget della Gazzetta dello Sport. Alcuni strati geologici sotto le figurine, ma più o meno in quest'ordine di idee.
L'inquietudine arriva con lo slogan.
"LORO COLLEZIONANO VITTORIE.
TU COLLEZIONA LE LORO SPILLE."
...
... fallito che non sei altro.
Tanto lo sappiamo bene, inutile fingere, che di tuo non vincerai mai nulla - del resto, non si può neppure dire che tu abbia una vita vera.
Dai, dai su, ammettilo che le vuoi, le spille belline con le facce dei tuoi eroi, con i colori della tua squadra del cuore... Poi vai in giro con la Sua spilla e i passanti ti guardano con simpatia perché ti riconoscono in Lui e ti ammiccano e diventate amici come nella Tim tribù e alla fine si ride tutti insieme,
anzi magari un giorno Lo incontri casualmente, dopo 5 ore che sei appostato fuori dal Suo albergo, e Lui vede che hai la spilla e ti sorride e ti tratta come un amico e tu
finalmente
esisti.
"Buongiorno, ha un catalogo della ditta_X?"
"Certo... Oh, purtroppo l'ho finito, mi dispiace - però le posso dare questi SEI opuscoli e il calendario del 2007, dove appaiono le varie linee di prodotti."
"Bene, grazie. Sa, stavo pensando di passare a questa marca, dato che è bla bla, oltre che bla bla."
"Sì, ed è anche bla bla!"
"Infatti, bla bla è molto importante!"
"Perfetto, allora per fargliela provare le lascio questi campioncini."
(TRE creme per il viso
TRE maschere per il viso
DUE emulsioni elasticizzanti e rivitalizzanti contro le smagliature
TRE sieri lifting tonificanti rassodanti per il seno
UNA schiuma da bagno alla lavanda [che schifo]
TRE creme per il corpo dagli aromi orrendi)
"Grazie mille! A presto e buonasera."
Meno una.
Nel mio quartiere rimangono altre tre erboristerie.
Poi passo al centro.
E sabato, Milano.
Ho pensato, mentre seduta in cucina ancora tenevo il broncio a una tazza di metallo con del caffè annacquato dentro,
all'ora in cui mio padre aveva già spento la fresatrice per la prima pausa
e mia madre era seduta al bancone controllando il circuito stampato iniziato il giorno prima
che, sì, forse non sono proprio adatta all'era post-moderna
ma di certo non ho le palle per quella moderna.
Ho un template delizioso, nevvero?
Sono due fottuti giorni che ne cerco uno.
Non so manco perché, dal momento che scrivo così poco.
E' che m'intimidisce ancora un po', questa storia del blog. Troppo perfezionismo alligna in queste artritiche ditina.
Oggi ho dovuto varcare l'entrata del Salone Nautico.
C'erano delle barche. Un piccolo stand che distribuiva palloncini, e ne volevo uno ma poi mi sono vergognata. Ed espositori di cose utilissime per le barche ma che tu non immagini nemmeno che qualcuno si guadagni da vivere costruendo quelle cose.
E tutti erano belli, abbronzati, eleganti, in forma, ricchi e spesso biondi.
Che posto di merda.
Pieno di barche, tra l'altro.
Lady in the Water.
Sì, è un ottimo film.
Sono uscita da The Village imprecando.
Poi un giorno ho guardato distrattamente Signs, che forse è addirittura più universalmente odiato. Una lenta agonia, poi, click, ho capito. Finalmente avevo compreso il suo linguaggio.
Questo film non poteva deludermi, perché sapevo che si trattava di una fiaba. Una fiaba splendidamente raccontata, con maestria registica, dolcezza, e canzoni di Bob Dylan. Stronzo, mi ha conquistata.
Di The Black Dahlia invece non vale nemmeno la pena di parlare.
Oggi sono andata da un osteopata. Mentre mi manipolava il collo rendendomi felinamente nervosa s'è messo a fare due chiacchiere. Gli ho detto del mio lavoro. Di solito la gente stringe le labbra per un momento e poi commenta "Mmh, dev'essere interessante". Lui ha detto che a occuparsi di quella roba verrebbe il mal di schiena a chiunque.
Credo che ci tornerò.